top of page

Che cosa significa stare bene?

19 feb 2021
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 giorno fa


Testo originario del 2018 · Rivisto nel settembre 2026

Ci sono momenti della vita nei quali, almeno apparentemente, tutto sembra essere al proprio posto. Il lavoro funziona, le relazioni importanti tengono, la quotidianità ha trovato un equilibrio. Se qualcuno ci chiedesse come stiamo, probabilmente risponderemmo: bene.

Eppure il benessere non coincide necessariamente con l'assenza di conflitto o di insoddisfazione. A volte ciò che chiamiamo equilibrio è anche il risultato di un lungo lavoro di adattamento: abbiamo imparato che alcune cose possono essere dette e altre è meglio lasciarle stare, che alcuni desideri trovano posto nelle nostre relazioni e altri rischiano di metterle in difficoltà.

Vivere insieme agli altri richiede continuamente aggiustamenti, rinunce, compromessi. Nessuna relazione potrebbe sopravvivere se ogni bisogno dovesse essere immediatamente soddisfatto o ogni stato d'animo espresso senza mediazioni.

Ma esiste una differenza tra poter rinunciare a qualcosa e dover smettere di sentirlo.

Nel corso del tempo possiamo costruire con le persone che amiamo equilibri molto efficaci. Ognuno impara qualcosa dell'altro, comprende ciò che può chiedergli, ciò che è meglio non toccare, ciò che rischierebbe di mettere in discussione la relazione. Molto di questo avviene senza che sia mai stato esplicitamente concordato.

Sono forme di adattamento reciproco che spesso proteggono il legame. E proprio perché funzionano possono diventare difficili da riconoscere.

Può accadere allora che alcune parti della nostra esperienza rimangano progressivamente sullo sfondo. Un'insoddisfazione, un desiderio, una rabbia, la sensazione di essere poco riconosciuti o di avere rinunciato a qualcosa di importante. Non sono necessariamente pensieri rimossi nel senso classico del termine. A volte sappiamo perfettamente che esistono. Semplicemente abbiamo imparato a non dare loro troppo spazio.

Finché qualcosa cambia.

Può essere un incontro, una separazione, una perdita, una crisi professionale. Oppure qualcosa di molto meno evidente. A volte basta che una relazione nuova ci faccia sentire in un modo che non ricordavamo più.

Non necessariamente perché quella relazione abbia finalmente portato alla luce chi siamo “veramente”. Pensare che da qualche parte esista un nostro Sé autentico, nascosto sotto gli adattamenti costruiti nel tempo, rischia di semplificare ciò che accade.

Lo psicoanalista Philip Bromberg ha descritto la nostra esperienza di noi stessi come costituita da differenti stati del Sé. Modi diversi di sentire, pensare, desiderare e stare in relazione possono diventare più o meno accessibili a seconda dei contesti nei quali ci troviamo. Non tutto ciò che siamo è disponibile contemporaneamente alla coscienza, e non tutte le relazioni rendono possibili gli stessi modi di essere.

Da questo punto di vista, una relazione nuova, un cambiamento o una crisi possono farci incontrare qualcosa di noi che in un'altra configurazione della nostra vita aveva trovato meno spazio. Ciò che emerge non smentisce necessariamente l'equilibrio precedente: può piuttosto mostrarne i confini, rendendo accessibili modi di sentire e di essere che fino a quel momento erano rimasti più lontani dalla nostra esperienza.

Bromberg utilizza un'espressione particolarmente evocativa: “stare negli spazi”. La possibilità, cioè, di muoversi tra differenti stati di sé senza essere costretti a stabilire quale di essi rappresenti una volta per tutte chi siamo.

Quando questa possibilità si restringe, alcuni aspetti dell'esperienza possono diventare difficilmente accessibili. Non necessariamente scompaiono. Possono rimanere sullo sfondo, separati da ciò che in quel momento possiamo riconoscere come appartenente a noi.

È anche in questo senso che un'esperienza nuova può essere perturbante. Non ci consegna necessariamente una verità nascosta: può modificare i confini di ciò che riusciamo a sentire come nostro.

E allora il problema del benessere cambia.

Stare bene non significherebbe raggiungere finalmente una condizione priva di conflitti, e neppure riuscire a esprimere sempre tutto ciò che sentiamo. Potrebbe riguardare anche la possibilità di mantenere una certa mobilità tra differenti modi di essere, senza avere bisogno di espellerne alcuni per conservare la continuità degli altri.

Da questa prospettiva anche il malessere acquista un significato meno univoco. Naturalmente esistono sofferenze che chiedono soprattutto di essere alleviate. Sarebbe una romanticizzazione piuttosto ingenua pensare che ogni dolore contenga una verità nascosta o rappresenti necessariamente un'occasione di crescita.

Ma talvolta il malessere è anche un'informazione. Può segnalarci che un equilibrio che ci ha protetto, e che forse è stato necessario per molto tempo, non riesce più a contenere tutto ciò che siamo diventati.

Forse è proprio qui che diventa difficile pensare al benessere come a uno stato da raggiungere. Stare bene ha forse più a che fare con una possibilità di movimento: poter perdere, almeno per un po', l'equilibrio che avevamo trovato senza sentire immediatamente il bisogno di ripristinarlo.

In fondo, non sempre ciò che rompe un equilibrio ci sta facendo male. A volte sta rendendo possibile qualcosa che, dentro quell'equilibrio, non riusciva ancora a trovare posto.


 
 
bottom of page