Senso di colpa e terremoti della mente
Aggiornamento: 26 set

Lo sperimentiamo come un peso che ci sovrasta e ci definisce nel nostro modo di essere: ci sentiamo colpevoli. Ci imprigiona nell'impotenza più sconfinata, nell'impossibilità di sentirci liberi e, peggio ancora, sereni.
Il cosiddetto “senso di colpa”, che può essere, secondo i casi, più o meno intenso fino ad assumere forme patologiche, può manifestarsi in modi diversi, da quelli ossessivi a quelli più marcatamente depressivi. La costante resta il collegamento diretto con un giudizio rigorosamente negativo su di sé, che tende progressivamente a invadere la nostra mente.
Esso può avere o non avere una base “oggettiva”, cioè un preciso accadimento, reale o immaginario, a partire dal quale è scattato il giudizio. Molto spesso, infatti, si tratta di un senso di colpa inconscio che, quando si collega a un episodio concreto, lo utilizza, per così dire, come evento scatenante.
Talvolta è legato a un evento drammatico, realmente accaduto, del quale la persona è portata a sentirsi responsabile in maniera eccessiva, fino a sconfinare in un'autoaccusa schiacciante.
Un esempio tipico è il senso di colpa che fa seguito alla morte, per malattia o per disgrazia, di una persona cara: un evento rispetto al quale la persona, inchiodata in una rigida non accettazione, si accusa di non aver fatto abbastanza.
Scattano allora le difese contro il senso di colpa. I meccanismi di difesa possono andare dalla negazione alla proiezione della colpa sull'altro, al prezzo di una profonda distorsione della realtà così come era originariamente percepita.
Nella maggior parte delle teorie psicoanalitiche il senso di colpa, ovvero quell'emozione che segue la violazione di un precetto, viene fatto risalire all'evolvere della dinamica edipica e al formarsi del Super-Io: quell'istanza della personalità che si costituisce attraverso l'interiorizzazione di esigenze e divieti genitoriali e che finisce per organizzarsi, dentro ciascuno, in un insieme di giudizi di valore più o meno consci.
Il senso di colpa, dunque, connesso alla crescita e alla progressiva assunzione di responsabilità del vivere sociale, ha una funzione importante nell'evoluzione psicologica di ciascuno. La capacità di provarlo partecipa alla possibilità di riconoscere la responsabilità delle proprie azioni e il loro effetto sugli altri. Al contrario, la sua grave compromissione può accompagnarsi, in alcune condizioni psicopatologiche, a profonde difficoltà nel riconoscimento dell'altro e nella responsabilità verso di lui.
Ma il senso di colpa non riguarda soltanto ciò che pensiamo di aver fatto. Può avere a che fare anche con ciò che vediamo accadere intorno a noi e con la difficoltà di trovare un posto, dentro di noi, alle emozioni che quell'esperienza suscita.
Ricordo che qualche tempo fa, in internet e tra la gente, si era sviluppato un impetuoso diffondersi di notizie circa un ipotetico terremoto che avrebbe dovuto, secondo le previsioni attribuite allo studioso Raffaele Bendandi, devastare Roma. La notizia ebbe una notevole risonanza e suscitò un diffuso allarme collettivo. Al punto che la Protezione Civile si vide costretta a intervenire, pubblicando sul proprio sito un dossier contenente domande e risposte sull'evento tanto temuto, insieme ad approfondimenti sulla natura geologica del suolo capitolino e sulla storia sismica della zona.
Sappiamo che non è possibile prevedere con precisione quando e dove avverrà un terremoto. Ma di quale terremoto siamo preoccupati?
Accanto ai terremoti che temiamo e immaginiamo, esistono altri sconvolgimenti ai quali siamo quotidianamente esposti. Le immagini di persone che muoiono nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, di donne e bambini che cercano di salvarsi dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame, continuano a raggiungerci.
Come può la nostra mente sopportare questa pena?
Forse può farlo se queste storie trovano un contesto personale, sociale e culturale nel quale sia possibile dare peso alle emozioni che suscitano. Dare peso non significa farsene travolgere, ma cercare di non fare finta che ciò che vediamo non ci riguardi.
Significa non lasciare sistematicamente sullo sfondo le sensazioni spiacevoli che ci assalgono e riconoscere che ciò che accade fuori di noi può produrre qualcosa dentro di noi.
Quando questo diventa troppo difficile, possiamo essere tentati di allontanare quelle emozioni, di dare loro un'altra forma e magari un altro oggetto. La mente conosce molti modi per spostare altrove ciò che fatica a riconoscere e a contenere. Sarà allora sempre possibile trovare qualcuno pronto a dirci che domani ci sarà un terremoto che raderà al suolo Roma.


