Il doppio standard morale
Aggiornamento: 1 giorno fa

Il doppio standard morale
Chi detiene il potere tende a convincersi di avere un controllo sugli esiti degli eventi che va ben oltre il proprio reale ambito di possibilità.
Continua a balzarci davanti agli occhi quanto le persone in posizione di potere possano lasciarsi andare a comportamenti apparentemente incomprensibili e contrari ai valori ai quali dichiarano di ispirarsi nella loro vita pubblica. È stato questo anche il caso di Iris Robinson, membro del Parlamento nordirlandese e moglie del premier, che ebbe una relazione con un ragazzo diciannovenne, da lei aiutato economicamente e politicamente ad aprire un bar.
La Robinson aveva assunto pubblicamente posizioni fortemente conservatrici e omofobe, arrivando a definire l'omosessualità «un abominio che le fa venire la nausea», mentre nella propria vita privata tradiva il marito con un uomo molto più giovane. Ci si può chiedere come possano coesistere posizioni e comportamenti così apparentemente contraddittori.
Un possibile criterio di lettura viene anche da alcune ricerche della psicologia sociale sul rapporto tra potere e comportamento. Uno degli esperimenti storicamente più noti è quello di Haney, Banks e Zimbardo del 1973, divenuto in seguito oggetto di importanti discussioni e critiche metodologiche. Al di là delle conclusioni che è possibile trarne, numerosi studi successivi hanno continuato a interrogarsi su quanto l'esercizio del potere possa influire sul modo in cui valutiamo il nostro comportamento e quello degli altri.
L'accesso agli strumenti di potere può accrescere la possibilità di ricorrervi per ottenere vantaggi, rafforzando l'autostima e il concetto di sé. Il problema nasce quando il detentore o la detentrice del potere sviluppa una considerazione esagerata di sé e l'autoesaltazione conduce a sentirsi esenti dai comuni criteri morali.
Uno studio sperimentale di Joris Lammers, Diederik Stapel e Adam Galinsky, pubblicato su Psychological Science, ha indagato proprio questo aspetto. Per simulare l'esperienza del potere, i ricercatori hanno allestito una serie di esperimenti nei quali ai partecipanti venivano attribuite differenti posizioni: ad alcuni il ruolo di primo ministro, ad altri quello di funzionario. A tutti venivano proposte situazioni che ponevano dilemmi morali, dalla violazione delle norme sul traffico alla dichiarazione dei redditi, fino alla restituzione di una bicicletta rubata e alla compilazione delle note spese.
In un'altra serie di esperimenti veniva esaminato il grado di accettazione delle proprie trasgressioni morali rispetto a quelle commesse dagli altri. I partecipanti ai quali erano stati attribuiti ruoli di maggiore potere mostravano più facilmente un doppio standard: criteri più severi nel giudicare gli altri e maggiore indulgenza nei confronti delle proprie azioni.
Il potere sembra dunque poter favorire la creazione di un doppio standard morale, soprattutto quando chi lo detiene si sente pienamente legittimato a esercitarlo. Potere e influenza possono produrre uno scarto tra i giudizi espressi pubblicamente e il modo in cui vengono valutati i propri comportamenti privati.
Ma la questione non riguarda soltanto il potere. Può riguardare anche il modo in cui riusciamo — o non riusciamo — a riconoscere le contraddizioni della nostra esperienza.
Ricoprire ruoli di potere può infatti favorire, soprattutto in persone inclini a una semplificazione emotiva degli eventi, un funzionamento mentale rigido, poco disponibile al dubbio e alla complessità. Robinson dichiarò di aver tentato il suicidio in seguito alla scoperta del suo tradimento, proponendoci indirettamente un'altra questione su cui riflettere.
Il riferimento alla depressione apre tuttavia una questione più generale. Nel modo in cui pensiamo il disagio mentale può talvolta insinuarsi l'idea di qualcosa che ci aggredisce dall'esterno, si impossessa di noi, ma in qualche modo non ci appartiene.
Più difficile è riconoscere che anche ciò che contraddice l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi può appartenere alla nostra esperienza e chiedere di essere pensato.
Se abbiamo bisogno di considerarci coerenti e ineccepibili a tutti i costi, diventa più difficile riconoscere pensieri, desideri ed emozioni che non corrispondono a quell'immagine. L'esperienza vissuta rischia allora di essere nascosta, negata o attribuita a qualcosa di estraneo a noi, anziché diventare occasione per interrogarsi sulla propria contraddittorietà.
Forse proprio la possibilità di riconoscere queste contraddizioni permette di guardare alle proprie azioni in modo meno rigido e, nello stesso tempo, più responsabile.
Chi ha visto le fotografie del giovane amante e del marito avrà forse notato la grande somiglianza tra i due uomini. È un particolare che a me ha suscitato una certa tenerezza. Come se, anche nelle nostre contraddizioni, qualcosa di noi continuasse a ripresentarsi senza che ne comprendiamo fino in fondo il significato.

