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L'incapacità di amare. Riflessioni alla luce del pensiero di Freud.

25 lug 2018
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 5 giorni fa


Come si sviluppano le capacità di desiderare e di amare? E che cosa può rendere così difficile costruire e approfondire un legame amoroso?

Una particolare difficoltà può emergere quando la relazione con l’altro è chiamata soprattutto a sostenere il proprio senso di valore. In queste situazioni l’attesa diventa difficile da tollerare, così come la frustrazione quando la persona desiderata non è immediatamente disponibile. Riuscire a sedurre l’altro può allora assumere il significato di una conferma: seduco, dunque sono.

Don Giovanni rappresenta forse una delle figure più efficaci di questa modalità di stare nella relazione. Non è mai sazio: potremmo dire che soffre di una sorta di bulimia erotica. Una conquista ne richiede subito un’altra. Sedurre equivale a conquistare e la conquista diventa una verifica del proprio valore.

Nella sua ricerca incessante Don Giovanni sembra cercare l’altro, ma qualcosa di quella ricerca riguarda soprattutto se stesso e la propria autorappresentazione. La persona desiderata diventa lo specchio nel quale ritrovare continuamente una conferma di sé. Ciò che conta non è tanto chi sia l’altro, quanto ciò che il suo desiderio permette di sentire di essere.

Lawrence descrive Don Giovanni come un uomo che corre dietro a tutte le donne senza riuscire veramente a desiderarne nessuna. È un’immagine che coglie bene il paradosso: si può cercare continuamente qualcuno e, nello stesso tempo, avere difficoltà a incontrarlo.

Il problema comincia forse proprio qui. Finché l’altro è da conquistare può essere immaginato, inseguito, idealizzato. Una relazione, invece, richiede prima o poi di confrontarsi con una persona reale: con i suoi desideri, i suoi limiti, la sua autonomia e anche con ciò che di lei non possiamo controllare.

A volte proprio questa distanza alimenta l’attrazione. Più l’altro appare difficile da raggiungere, più può diventare desiderabile. Tutta l’attenzione viene allora assorbita dal percorso, dalla cattura, dalla seduzione, mentre passa in secondo piano ciò che potrebbe accadere dopo, quando la conquista lascia il posto alla relazione.

La questione non riguarda soltanto il desiderio sessuale. Riguarda la possibilità di riconoscere l’altro come qualcuno che esiste al di là della funzione che può svolgere per noi.

Balint ha descritto alcune di queste difficoltà facendo riferimento a esperienze precoci nelle quali qualcosa di essenziale nella relazione con l’ambiente può essere mancato. Parlava di un “difetto fondamentale”: non semplicemente di un conflitto da risolvere, ma dell’esperienza di qualcosa che non ha trovato, in un momento importante dello sviluppo, una risposta sufficientemente adeguata. Esperienze di questo tipo possono continuare a farsi sentire nelle relazioni successive, soprattutto quando la vicinanza all’altro riattiva bisogni, attese e timori difficili da riconoscere.

Anche il concetto freudiano di masochismo può aiutarci a comprendere un altro aspetto della questione. Esistono persone che sembrano ritrovarsi ripetutamente in relazioni dolorose, impossibili o destinate a produrre frustrazione. Naturalmente non significa che desiderino consapevolmente soffrire. La ripetizione può però portarci a chiederci che cosa renda alcune situazioni affettive così tenacemente familiari, anche quando fanno stare male.

Freud arrivò progressivamente ad allargare il concetto di masochismo oltre la dimensione strettamente sessuale. Con il masochismo morale cercò di descrivere quelle situazioni nelle quali la sofferenza sembra ripresentarsi attraverso le circostanze più diverse della vita, come se qualcosa spingesse inconsciamente la persona verso esperienze punitive o dolorose.

Rimane allora una domanda clinica importante: perché talvolta continuiamo a cercare, proprio nelle relazioni che ci fanno soffrire, qualcosa da cui non riusciamo facilmente a separarci?

Forse perché una relazione non è determinata soltanto da ciò che desideriamo consapevolmente. In essa entrano anche modi più antichi di aspettarsi l’altro, di proteggerci dalla sua assenza, di cercarne la conferma o di prepararci alla delusione. Alcune configurazioni affettive possono così ripresentarsi anche quando sappiamo, almeno in parte, quanto ci facciano soffrire.

Ma amare espone inevitabilmente anche a un altro rischio.

Freud osservava che proprio l’amore, che può rappresentare una delle esperienze più intense di felicità, ci rende nello stesso tempo particolarmente vulnerabili. Quando investiamo affettivamente qualcuno diventiamo, in una certa misura, dipendenti da qualcosa che non ci appartiene interamente. L’altro può non corrisponderci, può cambiare, allontanarsi, tradirci, può essere perduto.

Amare significa dunque anche tollerare che la persona amata rimanga separata da noi.

Forse è proprio qui che la seduzione e l’amore prendono strade differenti. La conquista può offrire per un momento l’illusione di aver eliminato la distanza: l’altro mi desidera, dunque il mio valore è confermato. Una relazione duratura richiede invece di continuare a desiderare qualcuno anche quando non coincide completamente con ciò che vorremmo che fosse.

Freud vedeva nell’Eros una forza capace di creare legami, di unire gli individui fra loro e di rendere possibile la vita comune. Ma nell’esperienza amorosa rimane una tensione che nessuna relazione può eliminare definitivamente: desideriamo la vicinanza e nello stesso tempo incontriamo la separatezza.

Al culmine dell’innamoramento possiamo avere per un momento la sensazione che questa distanza sia scomparsa. Freud scrive che Eros tende a “fare di più d’uno uno”. Eppure l’altro continua ad essere altro.

Forse una parte della capacità di amare consiste proprio nel poter vivere dentro questa distanza: avvicinarsi senza cancellarla, desiderare senza possedere, lasciarsi toccare dall’altro senza aver bisogno che la sua presenza confermi continuamente chi siamo.


 
 
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