Quando la paura cambia lo sguardo sui figli

La fiducia, la trasgressione e il bisogno di essere riconosciuti durante l'adolescenza
Di fronte a episodi di violenza commessi da adolescenti, una domanda sembra attraversare molte famiglie: potrebbe essere successo anche a mio figlio? Avrebbe potuto trovarsi al posto di quei ragazzi, compiere gli stessi gesti, mostrare una crudeltà che non avrei mai immaginato?
Sono interrogativi comprensibili. La violenza, soprattutto quando appare gratuita e sproporzionata, suscita sgomento. Quando a compierla sono ragazzi, il turbamento è ancora maggiore e ci si interroga sul ruolo dei genitori, della scuola, delle relazioni e della società.
Esiste però un'altra questione, forse meno evidente, che merita attenzione: che cosa accade quando questi interrogativi entrano nella relazione tra un genitore e suo figlio?
Le vicende di cronaca possono alimentare il timore che dietro un ragazzo apparentemente conosciuto si nasconda qualcosa di inquietante. Ci si domanda quanto sappiamo davvero dei nostri figli, che cosa accada quando sono lontani da noi, di quali comportamenti potrebbero essere capaci. Sono interrogativi che accompagnano da sempre la genitorialità, ma che assumono una qualità diversa quando la paura comincia a orientare il modo in cui guardiamo chi abbiamo davanti.
È una trasformazione che può avvenire silenziosamente, senza accuse o manifestazioni esplicite di sfiducia. Il sospetto può insinuarsi nella rappresentazione che abbiamo del figlio, modificando il significato attribuito ai suoi comportamenti, alle sue parole, perfino ai suoi silenzi. Ciò che apparteneva alla complessità della crescita può cominciare ad apparire come il segnale di qualcosa che temiamo di scoprire.
Il figlio che conosciamo e quello che temiamo
Nessun genitore conosce completamente il proprio figlio. Crescere significa conquistare uno spazio personale, sviluppare pensieri e desideri che non vengono necessariamente condivisi, costruire un mondo interno che progressivamente si differenzia da quello dei genitori. Durante l'adolescenza questa esigenza diventa particolarmente importante. Il ragazzo ha bisogno di sperimentare la propria autonomia, di incontrare aspetti nuovi di sé e di poterli elaborare senza sentirsi continuamente osservato o interpretato. Una parte della sua esperienza rimarrà sconosciuta anche alle persone più vicine, e questa dimensione privata rappresenta una conquista dello sviluppo.
Accettare che l'altro possieda una propria vita interiore richiede di tollerare l'incertezza. Le persone che amiamo possono sorprenderci e attraversare esperienze che faticano a raccontarci. Questo vale per ogni relazione, ma assume un significato particolare quando riguarda i figli, verso i quali sentiamo una responsabilità di protezione. Per anni ci siamo occupati di comprenderne i bisogni, accompagnarli nelle scelte e intervenire nelle difficoltà. La crescita modifica progressivamente questa posizione e ci chiede di riconoscere un'autonomia che non possiamo prevedere in tutte le sue manifestazioni.
In ciascuno di noi convivono sentimenti aggressivi, impulsi contraddittori, desideri e pensieri che possono sorprenderci. Crescere significa imparare a riconoscerli, attraversare conflitti, compiere errori e scoprire come dare loro un posto nella propria storia. È un processo che richiede tempo: ciò che oggi appare difficile da comprendere può acquistare, successivamente, un significato diverso.
Ciò che ancora non conosciamo dei nostri figli può diventare uno spazio nel quale prendono forma le nostre paure. Il ragazzo rischia così di essere guardato attraverso un'immagine alimentata dalle inquietudini che accompagnano la sua crescita. La possibilità che possa sbagliare o comportarsi in modo inatteso assume un significato più minaccioso, come se dietro la persona conosciuta potesse nascondersi qualcuno di estraneo, forse persino pericoloso.
La psicoanalisi ha mostrato quanto le rappresentazioni che costruiamo delle persone siano attraversate dalla nostra storia emotiva, dai desideri e dalle aspettative. Nella relazione con i figli queste rappresentazioni hanno un peso particolare, perché la loro crescita ci mette a confronto con il rapporto avuto con i nostri genitori, con le possibilità e le rinunce attraverso le quali abbiamo costruito la nostra identità.
Pensiamo a quanto possa essere difficile accogliere l'opposizione di un figlio per chi ha imparato presto a contenere la propria rabbia, ad adattarsi alle richieste degli altri, a mettere in secondo piano il dissenso per conservare le relazioni. La libertà del ragazzo, il suo modo di contestare e di rivendicare i propri desideri possono incontrare aspetti dell'esperienza personale rimasti poco riconosciuti. Talvolta la sua autonomia viene vissuta come ingratitudine, come una mancata comprensione dei sacrifici compiuti per lui. La relazione con il figlio diventa allora il luogo nel quale riemergono sentimenti che hanno una storia più antica e che non sempre è facile riconoscere come propri.
Anche la paura di scoprire qualcosa di inquietante nei figli può avere radici più profonde della preoccupazione per ciò che potrebbero fare. Può esprimere la difficoltà ad accettare che diventino persone autonome, con desideri ed esperienze lontani dalle aspettative familiari. La possibilità di diventare diversi da quelli che avevamo immaginato può essere vissuta come il pericolo di non riuscire più a riconoscerli.
Donald Winnicott, riflettendo sulle prime esperienze dello sviluppo, ha descritto il ruolo del volto materno come uno specchio nel quale il bambino può ritrovare qualcosa di sé. Quando lo sguardo dell'adulto è attraversato soprattutto dai propri stati emotivi, il bambino può incontrarvi le preoccupazioni, le aspettative o le angosce dell'altro. Sebbene l'adolescenza sia molto diversa dalla prima infanzia, il modo in cui siamo rappresentati nella mente delle persone significative continua ad avere un'importanza fondamentale. La nostra identità prende forma anche attraverso l'esperienza di essere conosciuti e riconosciuti da qualcuno che conta per noi.
Un adolescente può avvertire quando questo sguardo è attraversato da una diffidenza che fatica a comprendere. Può sentire che dietro le sue parole viene cercato un significato ulteriore, che i suoi comportamenti vengono interpretati attraverso qualcosa che non gli appartiene, che la persona che ha davanti sembra aspettarsi da lui qualcosa di diverso da ciò che sente di essere. Può nascere una sensazione di estraneità, la difficoltà di riconoscersi nell'immagine che gli viene restituita. A volte questa esperienza suscita rabbia, il bisogno di sottrarsi a una rappresentazione sentita come ingiusta e di difendere la propria identità. Altre volte prevale il ritiro, la difficoltà di raccontarsi, la ricerca di uno spazio nel quale non sentirsi continuamente interpretati.
Il sospetto può finire così per introdurre proprio quella distanza nella relazione che il genitore teme di scoprire. E il ragazzo può vivere un'esperienza particolarmente dolorosa: sentirsi sconosciuto agli occhi di chi ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della sua identità.
La trasgressione e il diritto di crescere
C'è poi un aspetto della vita adolescenziale che sembra diventato sempre più difficile da tollerare: la trasgressione.
Molti adulti hanno attraversato un'adolescenza nella quale comportamenti oggi considerati particolarmente allarmanti facevano parte delle esperienze comuni. Andare in motorino senza casco, modificarne il motore, sottrarre qualche oggetto in un negozio, partecipare a scherzi pesanti, frequentare compagnie poco raccomandabili, trovarsi coinvolti in litigi che rischiavano di finire a pugni. Erano comportamenti diversi per gravità e conseguenze, alcuni certamente pericolosi. Appartenevano però a un periodo della vita nel quale si sperimentavano i propri limiti, si cercava un posto nel gruppo e si sfidavano le regole, incontrando aspetti di sé che avrebbero acquistato un significato soltanto più tardi.
Chi ha attraversato l'adolescenza negli anni Ottanta ricorda bene che la violenza, le droghe, i conflitti tra gruppi e le appartenenze radicali erano già presenti. Esistevano luoghi da evitare, compagnie dalle quali tenersi alla larga, situazioni nelle quali imparare a orientarsi. Molti ragazzi hanno conosciuto da vicino queste realtà, talvolta vi sono entrati, altre volte ne sono rimasti ai margini. Hanno frequentato persone dalle quali si sono poi allontanati, attraversato esperienze che oggi giudicherebbero diversamente, compiuto gesti dei quali magari non vanno fieri. Sono diventati adulti, hanno costruito relazioni, famiglie, professioni, vite ordinarie.
Che cosa è successo, allora, alla memoria di quelle esperienze? Come mai ciò che apparteneva alla propria adolescenza può diventare così inquietante quando lo si incontra nella vita dei figli?
Forse, diventando genitori, si finisce per dimenticare quanto sia stato complesso e contraddittorio il percorso attraverso il quale siamo diventati adulti. Guardiamo il passato conoscendone l'esito, sapendo che certe esperienze non hanno compromesso la nostra vita. Possiamo ricordare una bravata con un sorriso, un litigio come un episodio lontano, una frequentazione rischiosa come qualcosa che apparteneva a un altro periodo. Di fronte ai figli, invece, quell'esito è ancora sconosciuto. Le loro esperienze possono prendere direzioni differenti e l'incertezza diventa difficile da sopportare.
C'è anche qualcosa di più profondo. Il rapporto che abbiamo oggi con il nostro passato non coincide necessariamente con ciò che abbiamo vissuto allora. Possiamo aver dimenticato la rabbia di certe opposizioni, il desiderio di sfidare gli adulti, il bisogno di appartenere a un gruppo, l'eccitazione e la paura di alcune esperienze. Nel tempo abbiamo costruito un'immagine di noi stessi nella quale non sempre trovano posto le contraddizioni della crescita. Ritrovarle nei figli può suscitare inquietudine, perché ci mette di fronte a possibilità che abbiamo attraversato e che forse abbiamo imparato a considerare estranee alla persona che siamo diventati.
L'adolescenza rimane un periodo nel quale si sperimentano possibilità differenti, si assumono atteggiamenti che verranno abbandonati, si cercano appartenenze temporanee. Si possono compiere gesti dei quali ci si vergognerà, sostenere idee che cambieranno, frequentare persone dalle quali ci si allontanerà. La personalità si costruisce anche attraverso gli errori e la possibilità di riconoscerli. Alcuni comportamenti richiedono interventi decisi, soprattutto quando comportano rischi concreti per sé o per gli altri: la gravità delle azioni e delle conseguenze rimane essenziale per comprenderle. Ma colpisce quanto rapidamente certi comportamenti adolescenziali vengano interpretati come segnali di un'identità già definita.
Un litigio tra ragazzi può diventare il sospetto di appartenere a una baby gang. Una frequentazione poco rassicurante può essere vissuta come l'inizio di un percorso criminale. Una bugia può alimentare l'idea che il figlio conduca una vita segreta. Si finisce per attribuire a episodi circoscritti un significato che riguarda l'intera persona, come se un comportamento potesse rivelare definitivamente chi è un ragazzo e quale sarà il suo futuro.
Quanto spazio siamo ancora disposti a concedere a questa possibilità?
La fiducia e la possibilità di diventare se stessi
Nelle relazioni familiari, le aspettative e le paure dei genitori possono pesare soprattutto sugli aspetti della personalità che il ragazzo sta ancora cercando di comprendere. Un genitore può temere che il figlio sia aggressivo, inaffidabile, incapace di controllarsi e interpretare attraverso questa preoccupazione comportamenti diversi, trovando nuovi elementi che sembrano confermarla. Il ragazzo si ritrova così in una posizione nella quale qualunque cosa faccia sembra raccontare qualcosa che l'altro ha già immaginato di lui.
In alcune relazioni questo processo diventa particolarmente intenso. La rabbia del ragazzo, inizialmente legata al sentirsi frainteso, finisce per alimentare le preoccupazioni del genitore. Il bisogno di sottrarsi a quello sguardo può portarlo a chiudersi, a condividere sempre meno la propria esperienza, a cercare altrove uno spazio nel quale sentirsi riconosciuto. Le rappresentazioni dell'uno influenzano così le risposte dell'altro: il genitore si sente confermato nelle proprie paure dalle reazioni che quelle stesse paure contribuiscono a suscitare, mentre il ragazzo avverte di dover difendere qualcosa di sé che non riesce a far riconoscere.
È un processo che incontriamo anche nel lavoro clinico, quando le rappresentazioni dei genitori diventano tanto rigide da lasciare poco spazio all'esperienza reale del ragazzo. Le sue parole, perfino i tentativi di spiegarsi, vengono interpretati attraverso un'immagine che sembra precederlo. La relazione rischia allora di organizzarsi attorno a un'identità immaginata e temuta.
C'è una funzione della fiducia che mi sembra particolarmente importante nello sviluppo psicologico. Per poter riconoscere i propri sentimenti più difficili, un ragazzo ha bisogno di sentire che questi possono trovare posto nella relazione senza compromettere interamente l'immagine che gli altri hanno di lui.
La rabbia, l'invidia, la rivalità, il desiderio di prevalere, perfino alcune fantasie aggressive appartengono all'esperienza umana. Durante l'adolescenza possono assumere un'intensità particolare, perché le trasformazioni del corpo, delle relazioni e dell'identità mettono alla prova la capacità di comprendere ciò che si prova. Poter riconoscere questi sentimenti, parlarne, attribuire loro un significato, contribuisce a integrarli nella propria esperienza.
Winnicott ha descritto l'importanza di un ambiente capace di resistere alla distruttività, di sopravvivere agli attacchi senza perdere la propria continuità. Anche nell'adolescenza gli adulti sono chiamati a confrontarsi con la sfida, l'opposizione, la rabbia e il bisogno di separazione. Sono esperienze che possono risvegliare qualcosa della loro adolescenza e riattivare conflitti lontani. Riconoscere questi sentimenti senza esserne travolti permette all'adulto di conservare una posizione dalla quale comprendere il ragazzo e, quando necessario, contenerlo. Rimanere adulti significa poter accogliere la rabbia senza rispondere con la stessa rabbia, sostenere il conflitto senza trasformarlo in una rottura della relazione, porre limiti senza mettere in discussione il valore della persona. Il ragazzo ha bisogno di incontrare qualcuno che sappia reggere queste esperienze e possa continuare a riconoscerlo anche quando il suo comportamento diventa difficile da comprendere o accettare.
La fiducia offre la possibilità di attraversare esperienze contraddittorie senza essere costretti a nasconderle o a identificarsi completamente con esse. Consente di sperimentare, di sbagliare e di incontrare aspetti inattesi di sé, sapendo che il legame con le persone importanti può attraversare momenti di conflitto e delusione.
Anche la responsabilità personale si costruisce all'interno di questo processo. Riconoscere di aver fatto qualcosa di sbagliato richiede di tollerare la colpa, la vergogna e la delusione che ne derivano, soprattutto quando si teme che l'errore comprometta il proprio valore agli occhi degli altri. La possibilità di continuare a sentirsi riconosciuti rende più accessibile il confronto con le proprie responsabilità. Un genitore può essere profondamente deluso dal comportamento di un figlio, arrabbiarsi, intervenire, stabilire conseguenze. Ma il modo in cui continua a pensarlo partecipa alla possibilità che quel ragazzo comprenda ciò che è accaduto e trasformi la propria esperienza.
La paura collettiva e lo sguardo degli adulti
Gli episodi di violenza giovanile occupano oggi uno spazio importante nel racconto pubblico. Le immagini circolano rapidamente, vengono commentate e riproposte. Ogni nuovo episodio sembra confermare una preoccupazione generale, alimentando l'impressione che qualcosa di profondamente inquietante stia accadendo alle nuove generazioni.
Si parla di ragazzi privi di empatia, incapaci di riconoscere le conseguenze delle proprie azioni, dominati dalla noia o dalla ricerca di eccitazione. Sono spiegazioni che possono contenere elementi da approfondire, ma che rischiano di diventare rappresentazioni generali, applicate indistintamente a esperienze differenti. La violenza adolescenziale richiede uno sforzo di comprensione delle storie individuali, delle relazioni, delle dinamiche di gruppo e dei contesti nei quali si sviluppa. La gravità di alcuni comportamenti rende ancora più necessario evitare spiegazioni troppo semplici.
Il racconto collettivo produce anche un altro effetto. Le rappresentazioni che circolano pubblicamente contribuiscono a costruire il modo in cui guardiamo la realtà. Quando una certa immagine degli adolescenti diventa dominante, può influenzare il significato che attribuiamo alle loro esperienze quotidiane.
Un comportamento trasgressivo, una frequentazione, un conflitto possono essere interpretati attraverso le immagini della violenza che la cronaca rende continuamente disponibili. Il rischio è che i ragazzi finiscano per essere osservati attraverso ciò che altri ragazzi hanno fatto.
In questo clima, anche la fiducia può diventare più difficile. Il genitore sente di dover prevedere, controllare, individuare ogni segnale. L'incertezza della crescita assume il significato di una minaccia. E forse è proprio questa una delle esperienze più difficili della genitorialità: accompagnare una persona che diventa autonoma, accettando che una parte della sua vita rimanga fuori dal nostro sguardo. Continuare a conoscerla attraverso ciò che racconta e ciò che cambia, senza pretendere una rappresentazione definitiva di chi sia o diventerà.
La fiducia comporta inevitabilmente un rischio. Possiamo essere delusi dalle persone che amiamo, scoprire aspetti inattesi, trovarci davanti a comportamenti che richiedono di rivedere ciò che credevamo di conoscere. Anche il sospetto ha conseguenze: può insinuarsi nella relazione, modificare il significato dei gesti, rendere difficile la spontaneità dell'incontro e far sentire un ragazzo guardato attraverso un'immagine nella quale non si riconosce.
Forse, davanti agli episodi di violenza che ci interrogano e ci spaventano, dovremmo chiederci quale immagine dei nostri figli rischiamo di costruire attraverso le nostre paure. I ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di riconoscere la complessità della loro esperienza, di accompagnarli attraverso gli errori, di tollerare l'incertezza sul loro futuro. Hanno bisogno di attraversare l'adolescenza senza che ogni trasgressione diventi una previsione su ciò che saranno.
La fiducia non consiste nel credere che un figlio sia incapace di fare del male. Consiste nel non ridurlo alla possibilità che possa farlo.
E forse è proprio questa fiducia a creare lo spazio nel quale un ragazzo può incontrare anche le parti più difficili di sé, riconoscerle e imparare, progressivamente, a farne qualcosa di diverso.
Riferimenti bibliografici
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Articolo da cui prende spunto la riflessione
Ardone, V. (16 ottobre 2026). I nostri figli sconosciuti. la Repubblica. Leggi l’articolo


