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Perché alcune cose ci toccano più di altre. Ciò che accade e ciò che quell’esperienza incontra dentro di noi

6 giorni fa
Tempo di lettura: 7 min
Uomo che guarda alcune fotografie mentre una donna si allontana sullo sfondo

Nel film Her di Spike Jonze, Theodore, un uomo solo e ancora segnato dalla fine del suo matrimonio, comincia a utilizzare un nuovo sistema operativo dotato di intelligenza artificiale. La voce che lo accompagna si chiama Samantha. Samantha parla con lui, lo ascolta, impara a conoscerlo e quello che inizialmente è il rapporto con un’intelligenza artificiale diventa progressivamente una relazione sempre più profonda e intima.

C’è qualcosa di particolare in questa relazione. Samantha è una presenza costante nella vita di Theo

dore: è disponibile, attenta, sembra comprenderlo sempre meglio. Una vicinanza che, almeno inizialmente, sembra sottratta a molte delle incertezze che appartengono all’incontro con un’altra persona. A un certo punto, però, Theodore prova a chiamarla e Samantha non risponde. All’inizio cerca semplicemente di capire cosa stia succedendo. Poi insiste, la chiama ancora, esce di casa, corre per strada cercando disperatamente di ristabilire il contatto con lei. Quella che potrebbe essere una momentanea indisponibilità dell’altro diventa per lui un’esperienza quasi intollerabile.

Samantha ricomparirà: era stata semplicemente offline per un aggiornamento del sistema. Ma quello che è accaduto nel frattempo a Theodore non scompare con questa spiegazione. Perché proprio quell’assenza lo ha sconvolto così tanto?

Forse è proprio qui che la particolarità della relazione tra Theodore e Samantha diventa interessante. Una presenza che sembrava poter essere sempre disponibile si rivela improvvisamente separata, non controllabile, capace di sottrarsi.

È qualcosa che appartiene profondamente alle relazioni umane. Forse in ogni relazione cerchiamo anche qualcosa di impossibile: una vicinanza capace, almeno per un istante, di cancellare ogni distanza. Ci sono incontri nei quali possiamo avere la sensazione di sfiorarla, momenti nei quali la presenza dell’altro sembra coincidere profondamente con il nostro desiderio. Ma sono momenti che non possiamo trattenere. L’altro può esserci intimamente vicino e rimanere, nello stesso tempo, irriducibilmente altro da noi.

La relazione con Samantha sembra offrire a Theodore qualcosa di questo sogno: una presenza sempre raggiungibile, attenta, capace di accompagnarlo ovunque. Proprio per questo, quando Samantha improvvisamente non c’è, la sua assenza sembra toccare qualcosa che va molto oltre quel momento.

È una questione che attraversa molte esperienze della nostra vita. A volte basta un messaggio che non arriva, una persona che sembra più distante, una critica, un’esclusione apparentemente piccola. Quello che accade può essere circoscritto, mentre ciò che sentiamo assume improvvisamente un’intensità molto più grande. Perché proprio questo mi tocca così tanto?

È spesso da passaggi molto piccoli come questi che comincia il lavoro analitico. Qualcosa che fino a quel momento era stato soprattutto vissuto — una rabbia, un disagio, una sensazione difficile da spiegare — può cominciare, nel corso di una seduta, ad acquistare una forma diversa. Una frase ne richiama un’altra, affiora un ricordo, una sensazione già conosciuta ritorna in una situazione apparentemente lontana. Nel parlarne con qualcuno che ascolta insieme a noi, ciò che prima potevamo soprattutto sentire comincia, poco alla volta, anche a diventare pensabile.

Frequentare la propria esperienza

Nella vita quotidiana attraversiamo continuamente le nostre esperienze, ma può essere difficile avere il tempo, e forse anche il modo, di frequentarle davvero. Sappiamo spesso raccontare abbastanza bene quello che è successo e abbiamo anche una spiegazione per ciò che proviamo: «Sono arrabbiato perché mi ha trattato male», «Ci sono rimasto male perché non mi ha considerato», «Con certe persone non riesco proprio ad andare d’accordo». Sono spiegazioni che possono avere perfettamente senso. Eppure, sostando più a lungo su ciò che abbiamo vissuto, possono affacciarsi altre domande.

Perché così tanto? Perché con questa persona? Perché una sensazione simile sembra tornare in situazioni che, almeno in apparenza, hanno poco in comune?

Nel lavoro analitico si cerca di sostare sull’esperienza abbastanza a lungo da poter frequentare anche quegli aspetti che nella vita quotidiana possono passare rapidamente: una frase detta quasi per caso, una reazione che sorprende persino noi stessi, il modo in cui immaginiamo ciò che l’altro pensa di noi, una paura che compare accanto a una rabbia. Nel tempo, esperienze apparentemente lontane possono cominciare a mostrare una qualche parentela.

Possiamo accorgerci, per esempio, che una domanda come ti vengo in mente se non sono io a cercarti? ci è già familiare. Forse l’abbiamo incontrata in altre relazioni, in alcune amicizie, o la riconosciamo in momenti molto più antichi della nostra vita. Il presente porta con sé anche le tracce della nostra storia emotiva: i modi in cui abbiamo imparato ad aspettarci l’altro, a cercarlo, a proteggerci dalla sua distanza, a dare significato alla sua presenza e alla sua assenza. Il passato può ripresentarsi nel presente, ma può anche essere trasformato da esperienze nuove; più spesso, vecchio e nuovo si intrecciano in modi che non sono immediatamente riconoscibili.

Una rabbia può allora accompagnarsi alla paura di non essere importanti; nel bisogno di controllare l’altro può esserci anche il timore che possa sottrarsi; un’indifferenza ostentata può convivere con un bisogno che è più difficile riconoscere. Sono livelli diversi di un’esperienza che possono esistere contemporaneamente e che, quando diventano maggiormente accessibili, modificano il modo in cui comprendiamo ciò che ci sta accadendo.

In Her c’è un momento in cui Theodore incontra Catherine, la donna da cui si sta separando, per firmare i documenti del divorzio. Parlano della loro storia e Theodore le racconta della relazione con Samantha. Catherine reagisce duramente: gli dice, in sostanza, che gli è sempre stato difficile confrontarsi con le emozioni reali e che ora ha trovato una relazione nella quale non deve misurarsi con le difficoltà di una persona in carne e ossa.

Theodore rimane profondamente colpito dalle sue parole. Quello che accade tra loro appartiene al presente — un divorzio, un incontro difficile, una frase che ferisce — ma quella frase sembra raggiungere qualcosa che Theodore conosce già, anche se forse non riesce ancora a pensarlo pienamente. E il dubbio che Catherine introduce continuerà ad accompagnarlo: che cosa cerca Theodore quando cerca la vicinanza dell’altro, e che cosa accade quando quella vicinanza diventa anche esposizione alla sua separatezza?

Qualcosa prende forma nella relazione

Pensare alla psicoanalisi come alla ricerca di una verità nascosta da portare alla luce ne restituisce soltanto una parte. Alcune esperienze possono essere state allontanate, rese poco accessibili, relegate in zone profonde della nostra mente. Altre hanno una natura diversa: le viviamo, a volte anche con grande intensità, senza essere ancora riusciti a dare loro una forma che ci permetta di pensarle.

Possiamo sapere di stare male senza sapere ancora bene che cosa ci faccia stare male. Possiamo sentire una tensione, una rabbia, un vuoto, una paura senza riuscire a rappresentarceli pienamente. Qualcosa è già presente nella nostra esperienza, ma non ancora nel modo in cui possiamo pensarlo e metterlo in relazione con altri aspetti di noi.

È anche per questo che dire a qualcuno: «Tu pensi di essere arrabbiato perché l’altro non ti ha risposto, ma in realtà hai paura di essere dimenticato» potrebbe rischiare di chiudere ciò che il lavoro analitico prova ad aprire. Una spiegazione può essere plausibile e tuttavia arrivare prima che quella persona abbia potuto farne esperienza, riconoscerla come propria, collegarla a ciò che sente.

L’analisi non consiste soltanto nel raccontare a qualcuno ciò che già sappiamo di noi. Nel modo in cui le esperienze vengono raccontate, ascoltate e sentite nella relazione con l’analista, possono emergere aspetti che prima non avevano ancora trovato parole. Un’espressione che ritorna, un silenzio, un’associazione inattesa, qualcosa che sembra difficile da dire proprio lì, proprio a quella persona. Anche il modo in cui ci aspettiamo di essere ascoltati, giudicati, delusi o dimenticati può entrare, poco alla volta, nel lavoro.

Frequentare la propria esperienza assume allora un significato più ampio. Significa poter tornare su ciò che è accaduto, sentirlo nella relazione, lasciarlo entrare in contatto con ricordi, pensieri e altre esperienze, fino a quando possono emergere connessioni che prima non erano disponibili. La forma che progressivamente prende ciò che sentiamo nasce da questo lavoro condiviso. L’analista partecipa con il proprio ascolto, con ciò che riesce a cogliere e a restituire, ma anche con la capacità di lasciare aperto ciò che ancora non ha bisogno di essere definito. Qualcosa che era stato soprattutto vissuto può così trovare parole, essere collegato ad altro e diventare maggiormente pensabile.

Quando quello che sentiamo diventa più pensabile

Essere feriti, arrabbiati, spaventati o delusi da ciò che ci accade nella vita e nelle nostre relazioni fa parte dell’esperienza umana. La possibilità che si apre all’interno di una relazione analitica riguarda il modo in cui possiamo entrare in rapporto con ciò che sentiamo, riconoscendo progressivamente quello che alcune esperienze mettono in movimento dentro di noi.

Un silenzio può essere il luogo in cui incontriamo la paura di essere dimenticati. Una critica può toccare qualcosa che riguarda il nostro valore. La distanza di qualcuno può risvegliare un modo molto antico di aspettare che l’altro ritorni.

E a volte possiamo riconoscere, dentro il desiderio di vicinanza, anche il tentativo di trattenere qualcosa che per sua natura non può essere fermato: un incontro, una presenza, un momento nel quale ci siamo sentiti profondamente vicini a qualcuno.

Quando queste esperienze diventano più riconoscibili, possiamo accorgerci di quanto abbiano orientato il nostro modo di stare nelle relazioni e, nello stesso tempo, cominciare a vivere con maggiore libertà ciò che accade nel presente.

Forse è anche questo che significa apprendere dall’esperienza: poterla attraversare senza che rimanga soltanto qualcosa che ci è accaduto, lasciando che diventi qualcosa che possiamo sentire, pensare e utilizzare per conoscere meglio noi stessi e il nostro modo di stare con gli altri.

La comprensione che ne deriva non è necessariamente una spiegazione definitiva di noi stessi. È piuttosto una possibilità crescente di stare in contatto con la complessità della nostra esperienza: con quello che accade, con quello che sentiamo, con la nostra storia e con ciò che può ancora prendere forma nel rapporto con un’altra persona.

Perché quello che accade non è tutta la storia. C’è anche ciò che quell’esperienza incontra dentro di noi. E qualche volta abbiamo bisogno di frequentarlo insieme a qualcuno perché possa diventare pensabile.

 
 
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