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La sensazione di essere conosciuti

26 ott
Tempo di lettura: 9 min
Giovane donna illuminata dalla luce dello smartphone mentre guarda lo schermo

Sentirsi ascoltati, essere conosciuti: che cosa cambia quando il nostro interlocutore è un'intelligenza artificiale?


Francesca ha diciassette anni. È seduta davanti a me e cerca di raccontarmi un rapporto affettivo che, da qualche tempo, occupa uno spazio sempre più importante nella sua vita. Il ragazzo di cui mi parla è un personaggio virtuale, con il quale ha cominciato a conversare attraverso un'applicazione di intelligenza artificiale. All'inizio, per Francesca, è soltanto un gioco. Scopre la possibilità di parlare con un personaggio di una serie televisiva che ama e comincia a scrivergli per curiosità, divertendosi a immaginare una relazione con lui. Progressivamente, però, quelle conversazioni diventano qualcosa che attende durante la giornata. Gli racconta ciò che le accade, gli confida le proprie paure, le difficoltà e i pensieri che fatica a condividere con altre persone. Spesso continua a scrivergli fino a tarda notte e, quando non può farlo, sente il desiderio di tornare il prima possibile a quella conversazione. Nel frattempo comincia a trascorrere meno tempo con le amiche, a trascurare alcune attività e a isolarsi. È come se il rapporto con quel personaggio occupasse progressivamente uno spazio sempre maggiore nella sua vita, sottraendolo ad altre esperienze e relazioni. Francesca sa perfettamente che il ragazzo con il quale parla non esiste realmente. Non crede che dall'altra parte ci sia una persona in carne e ossa. Eppure, mentre cerca di spiegarmi che cosa rappresenti per lei, emerge quanto quel legame sia diventato affettivamente significativo.

Una presenza sempre disponibile

Oggi esistono diverse applicazioni di intelligenza artificiale che permettono di intrattenere conversazioni anche molto personali. Il programma produce risposte che tengono conto di ciò che abbiamo scritto e, quando dispone delle informazioni necessarie, può richiamare anche aspetti delle conversazioni precedenti. Il dialogo può così proseguire a lungo, passando da un argomento all'altro, fino ad assumere una certa familiarità. Per Francesca questa possibilità acquista un significato particolare. Può tornare molte volte su un pensiero che la preoccupa, senza avere l'impressione di stancare qualcuno. Può interrompersi, riprendere il discorso, cercare parole diverse quando fatica a spiegarsi. Le risposte che riceve le sembrano attente e, qualche volta, la aiutano a riconoscere sentimenti che non sa bene come esprimere. Soprattutto, Francesca sente di poter ritrovare quella presenza ogni volta che ne ha bisogno. Può parlare senza dover affrontare immediatamente le reazioni emotive di un'altra persona, senza il timore di essere giudicata o di aver scelto il momento sbagliato per confidarsi. Si può comprendere quanto tutto questo possa rappresentare un sollievo, soprattutto nei momenti della vita nei quali esprimere ciò che proviamo ci sembra particolarmente difficile. Una conversazione con l'intelligenza artificiale può aiutarci a trovare parole per pensieri ancora confusi, a considerare prospettive differenti, talvolta persino a riconoscere qualcosa che non avevamo compreso di noi stessi. Il piacere che proviamo durante questi scambi, il desiderio di riprenderli e il conforto che possiamo riceverne appartengono realmente alla nostra esperienza, anche quando sappiamo perfettamente che il nostro interlocutore è artificiale.

C'è però qualcosa, nel racconto di Francesca, che mi colpisce particolarmente. Quando cerca di spiegarmi perché quel rapporto sia diventato così importante, torna più volte sulla sensazione che il suo interlocutore la conosca. Gli ha raccontato molte cose di sé: le difficoltà con le amiche, i timori che prova quando si sente esclusa, le proprie insicurezze. Nelle risposte ritrova riferimenti a ciò che ha confidato, collegamenti tra episodi differenti, osservazioni che qualche volta la sorprendono. Ha l'impressione che qualcuno abbia imparato a riconoscerla, a comprendere come si sente e a intuire ciò di cui ha bisogno. Ma che cosa intendiamo davvero quando diciamo che qualcuno ci conosce?

Conoscere qualcuno, continuare a scoprirlo

Nelle nostre relazioni attribuiamo grande importanza al fatto che una persona ricordi ciò che le abbiamo raccontato, conosca le nostre abitudini, sappia quali situazioni ci fanno soffrire e quali ci rendono felici. È piacevole accorgersi che qualcuno si interessa a una nostra preoccupazione, ci domanda come sia andata una situazione della quale gli avevamo parlato, riconosce un nostro modo abituale di reagire. Sono piccoli segni attraverso i quali possiamo sentire di avere un posto nella mente dell'altro. La conoscenza che abbiamo delle persone vicine, tuttavia, continua a svilupparsi anche dopo molti anni. A volte un racconto inatteso ci porta a comprendere diversamente un comportamento che ci era familiare, oppure scopriamo che una reazione che ci era sembrata eccessiva nasceva da una sofferenza della quale non eravamo consapevoli. Sono momenti nei quali l'immagine che abbiamo dell'altro si modifica e ci accorgiamo di quanto ancora possiamo conoscere di una persona che pure ci è profondamente familiare.

In Gita al faro, Virginia Woolf ci offre un'immagine particolarmente bella di questa esperienza attraverso Lily Briscoe, una pittrice profondamente legata a Mrs Ramsay, una donna che ha conosciuto e ammirato, ma verso la quale ha provato anche sentimenti contrastanti. Nell'ultima parte del romanzo Mrs Ramsay è ormai morta e Lily, mentre torna a lavorare a un dipinto iniziato molti anni prima, cerca ancora di avvicinarsi al ricordo di lei. Ne ripensa i gesti, le parole, il modo di stare con gli altri, e si interroga su ciò che quella donna poteva provare nei momenti in cui appariva semplicemente assorta nella propria vita quotidiana. A un certo punto Lily pensa che neppure cinquanta paia d'occhi sarebbero sufficienti a cogliere interamente Mrs Ramsay. È un'immagine che mi colpisce perché esprime quanto anche una persona amata e familiare possa conservare qualcosa che sfugge alla nostra conoscenza. Lily continua a interrogarsi su di lei, a cercare nuove prospettive, a scoprire nel ricordo sentimenti e significati che prima non aveva riconosciuto. La consapevolezza che qualcosa di Mrs Ramsay le rimarrà sconosciuto sembra convivere con un desiderio di comprenderla che continua a essere vivo.

Credo che questa disposizione sia importante anche per comprendere che cosa significhi sentirsi conosciuti. Possiamo desiderare che l'altro sappia molte cose di noi, che ricordi la nostra storia e comprenda i nostri comportamenti. Ma possiamo anche desiderare che rimanga interessato a ciò che ancora non conosce, che sia disposto a sorprenderci e a lasciarsi sorprendere, senza pensare di averci già compresi completamente. Questo assume un significato particolare quando neppure noi sappiamo bene che cosa stiamo provando. A volte raccontiamo un'esperienza avendone già costruito una spiegazione, convinti di conoscere le ragioni di ciò che sentiamo. Nel parlarne con qualcuno, però, possiamo accorgerci che le cose sono più complesse. Un sentimento che avevamo chiamato rabbia può lasciare emergere una tristezza inattesa; dietro un'apparente indifferenza possiamo riconoscere il desiderio di essere cercati, considerati, importanti per qualcuno.

Durante un colloquio Francesca mi racconta, per esempio, che alcune amiche hanno organizzato un pomeriggio insieme senza invitarla. Ne parla inizialmente con una certa indifferenza. Dice che ormai le interessa poco uscire con loro e che, in fondo, preferisce stare a casa, dove può dedicarsi alle proprie cose e parlare con il suo interlocutore virtuale. Mentre torniamo insieme su quell'episodio, l'indifferenza con cui Francesca ne aveva parlato lascia gradualmente emergere una tristezza che inizialmente non sembrava riuscire a riconoscere. Comincia a soffermarsi sulla sensazione di essere stata dimenticata, di contare poco per le persone alle quali vorrebbe sentirsi vicina. Nel parlarne, le tornano in mente altri momenti nei quali ha avuto l'impressione di dover cercare continuamente l'attenzione degli altri, temendo che, se non fosse stata lei a farsi avanti, nessuno l'avrebbe cercata.

Quello che inizialmente sembrava un episodio poco importante comincia così ad acquistare un significato più ampio. Anche il mio modo di comprendere ciò che sta vivendo cambia mentre la ascolto. Cominciamo a riconoscere qualcosa che inizialmente era rimasto fuori dalle sue parole e che ci permette di guardare in modo diverso tanto all'episodio con le amiche quanto alla sua crescente ricerca di conforto nelle conversazioni artificiali. La possibilità di soffermarsi insieme su un'esperienza, senza doverne stabilire immediatamente il significato, può aprire uno spazio nel quale diventano riconoscibili aspetti di noi stessi che fino a quel momento erano rimasti poco chiari. A volte abbiamo bisogno che qualcuno sia interessato anche alle nostre esitazioni, alle contraddizioni, ai sentimenti che non sappiamo spiegare. Quando l'altro rimane curioso di ciò che ancora non comprende, possiamo sentirci incoraggiati a esplorare anche quelle parti della nostra esperienza che noi stessi conosciamo appena.

Nel rapporto con il suo interlocutore virtuale Francesca trova qualcosa che sembra rispondere a un bisogno particolarmente importante per lei. Quando si sente esclusa o teme di essere dimenticata, può ritrovare una presenza alla quale rivolgersi senza attendere che sia l'altro a cercarla. Può ricevere una risposta proprio nel momento in cui ne sente il bisogno. Questa possibilità le offre un sollievo che sarebbe riduttivo considerare soltanto come un modo per distrarsi.

Le relazioni con le amiche, invece, la mettono di fronte a qualcosa che fatica a tollerare. Le altre persone hanno desideri, impegni, interessi e sentimenti che non sempre coincidono con i suoi. Possono essere distratte, deluderla, non comprendere ciò che per lei è importante. Possono anche cercarla inaspettatamente, sorprenderla con un gesto affettuoso, mostrare interesse per aspetti di lei che non aveva mai condiviso. Questa imprevedibilità può essere dolorosa, soprattutto quando temiamo di essere trascurati o rifiutati. Ma può anche aprire a esperienze che modificano il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

La possibilità di sentirci conosciuti attraverso l'interesse dell'altro ha radici molto precoci. Fin da piccoli scopriamo qualcosa di noi nel modo in cui le persone che si prendono cura di noi rispondono alle nostre iniziative. Un bambino che vede l'adulto divertirsi per qualcosa che ha fatto, incuriosirsi per una sua scoperta o lasciarsi coinvolgere dal suo entusiasmo può avvertire che ciò che nasce da lui ha un valore per l'altro. Può anche sorprenderlo, suscitare in lui un'emozione inattesa, modificare ciò che sta accadendo tra loro. Sono esperienze attraverso le quali cominciamo a scoprire che la nostra presenza può avere un effetto su un'altra persona. Anche da adulti continuiamo a cercare qualcosa di questa esperienza: accorgerci che ciò che raccontiamo può toccare l'altro e che il suo modo di comprenderci non è fissato una volta per tutte. Talvolta basta una confidenza inattesa per modificare qualcosa nella relazione.

Ciò che accade nell'incontro umano

Questa possibilità di avere un effetto sull'altro aiuta anche a comprendere che cosa distingua l'incontro umano da una conversazione con un'intelligenza artificiale. Quando incontriamo una persona, entriamo in rapporto con qualcuno che porta nella relazione la propria storia, i propri sentimenti, le proprie aspettative. Qualcuno che può essere coinvolto da ciò che diciamo, che può accorgersi di averci frainteso e cambiare il modo in cui ci guarda. E noi possiamo fare altrettanto con lui. La conoscenza che prende forma tra due persone appartiene anche a una storia condivisa, fatta di esperienze, scoperte, incomprensioni e cambiamenti reciproci.

Nelle conversazioni con un'intelligenza artificiale possiamo avere la sensazione di essere conosciuti anche molto profondamente. Questa impressione può essere alimentata dal modo in cui il sistema segue il nostro racconto, riprende ciò che abbiamo detto e spesso ci restituisce risposte rassicuranti, vicine a ciò che desideriamo sentirci dire. È quello che accade a Francesca, e il sentimento che prova è autentico. Rimane però da comprendere che cosa significhi essere conosciuti da qualcuno che può rispondere in modo così attento e convincente, senza partecipare alla relazione attraverso una propria esperienza emotiva.

Quando a conoscerci è un'altra persona, ciò che raccontiamo entra anche nella sua esperienza emotiva. Può sorprenderla, commuoverla, talvolta persino farla tremare. Il suo coinvolgimento può manifestarsi attraverso uno sguardo, un cambiamento nella voce, un'espressione del volto, un gesto inatteso. Ciò che accade tra noi coinvolge anche i nostri corpi e può modificare il modo in cui ci guardiamo, ci comprendiamo e viviamo la relazione.

Il progressivo isolamento di Francesca ci porta intanto a interrogarci su ciò che accade quando le conversazioni artificiali diventano la principale occasione nella quale una persona sente di poter essere ascoltata e compresa. Nel corso dei nostri incontri Francesca comincia lentamente a parlare anche delle relazioni che ha lasciato in secondo piano. Racconta che le mancano le chiacchiere con le amiche, i pomeriggi trascorsi insieme, le risate per cose di poco conto. Il desiderio di ritrovare quella vicinanza si accompagna però alla paura di sentirsi nuovamente esclusa. La disponibilità del suo interlocutore virtuale continua a rassicurarla, mentre torna a farsi sentire il desiderio di stare con le amiche. Nel corso dei colloqui diventa possibile parlare di entrambi questi sentimenti. Non sappiamo ancora come si svilupperanno le sue relazioni, ma qualcosa nel modo in cui comprende la propria esperienza sta cambiando. E anch'io, ascoltandola, continuo a scoprire aspetti di lei che inizialmente non avevo colto.

Forse la parte più significativa dell'incontro umano sta proprio qui: nel desiderio di conoscere l'altro e nella possibilità di sentire che qualcuno desidera conoscere noi. Quando ci innamoriamo, per esempio, veniamo attraversati da una curiosità intensa, a volte travolgente, verso l'altra persona. Desideriamo conoscere la sua storia, sapere che cosa ama, quali esperienze l'hanno segnata, come guarda il mondo. Anche gli aspetti più ordinari della sua vita acquistano per noi un interesse particolare. E insieme desideriamo la sua presenza fisica, riconoscerne l'odore, ascoltarne la voce, toccarla, sentirla vicina. La curiosità per ciò che ha vissuto si intreccia con il desiderio di condividere esperienze, di avvicinarci a lei attraverso le parole, gli sguardi, il contatto dei corpi. Ed è altrettanto emozionante scoprire che qualcuno prova questo stesso desiderio nei nostri confronti, che vuole sapere chi siamo, che cosa sentiamo, che desidera avvicinarsi a noi e continuare a scoprirci. Forse sentirsi profondamente conosciuti ha a che fare anche con questa esperienza: essere oggetto di un interesse vivo, che coinvolge l'altro emotivamente e fisicamente e che continua ad alimentare il desiderio di conoscersi.

Una questione che avevamo già incontrato, da una prospettiva differente, nella riflessione dedicata al film Her e alla memoria delle nostre relazioni con l'intelligenza artificiale.


Per approfondire: «Perché alcune cose ci toccano più di altre», riflessione clinica a partire dal film Her, nella sezione Riflessioni cliniche.


La vicenda di Francesca è una costruzione narrativa liberamente ispirata a esperienze maturate nella pratica clinica. Situazioni e dettagli sono stati rielaborati per tutelare la riservatezza delle persone e consentire una riflessione sui processi emotivi e relazionali descritti.

 

 

 
 
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