Quando sei sempre quello che ce la fa
Il costo nascosto dell’iperadattamento
Ci sono persone abituate a cavarsela sempre: risolvono, si occupano degli altri, difficilmente chiedono aiuto. Spesso sono proprio quelle su cui tutti sanno di poter contare.
Ma cosa succede quando questa capacità diventa anche una necessità? Quando «se faccio io, faccio prima» non è più soltanto una scelta, ma il modo abituale di stare nelle relazioni?
Una riflessione sull'iperadattamento, sull'autosufficienza e sulla possibilità di affidarsi agli altri senza perdere la propria autonomia.
In La vita è meravigliosa, George Bailey è uno di quelli su cui gli altri sanno di poter contare. Per buona parte della sua vita lo vediamo occuparsi dei problemi, trovare soluzioni, rinunciare a qualcosa di proprio quando le circostanze lo richiedono. Non è soltanto un sacrificio: George è capace di farlo. È una delle sue qualità e, in qualche modo, uno dei modi attraverso cui ha costruito il proprio posto nel mondo e nelle relazioni.
C'è una scena che lo mostra particolarmente bene. Durante una corsa agli sportelli, la piccola società di credito di famiglia rischia di fallire. George e Mary si sono appena sposati e stanno partendo per il viaggio di nozze. Passando davanti alla Building & Loan si accorgono di quello che sta accadendo. Mary vorrebbe proseguire, George si ferma.
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I risparmiatori, spaventati, chiedono indietro il loro denaro. George cerca di spiegare che quei soldi non sono semplicemente custoditi in una cassaforte: sono diventati le case degli altri, i prestiti concessi alla comunità. Cerca di contenere il panico, parla con ciascuno, trova una mediazione. E quando questo non basta, mette a disposizione i soldi che lui e Mary avevano destinato al loro viaggio di nozze.
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George riesce a tenere insieme la situazione. E il film ci permette di vedere quanto questa capacità gli appartenga: capire ciò di cui gli altri hanno bisogno, farsene carico, trovare una soluzione.
Non sappiamo ancora se questo sia un problema. Anzi, in quella scena è soprattutto una risorsa.
Ed è proprio per questo che diventa interessante domandarsi che cosa accade quando una capacità che ci appartiene, e che può averci aiutato a costruire il nostro posto nelle relazioni, diventa anche qualcosa a cui non riusciamo facilmente a rinunciare.
A guardarla da fuori, una persona così appare molto autonoma. E spesso lo è davvero. Ma autonomia e autosufficienza non sono necessariamente la stessa cosa.
A volte, dietro una grande capacità di adattarsi, c'è una storia più complessa. Si può aver imparato nel tempo a capire rapidamente che cosa gli altri si aspettano, a non pesare troppo, a contenere alcune proprie esigenze, a trovare il modo di far funzionare le cose.
Questa capacità può svilupparsi molto presto. I bambini sono sensibili alla qualità delle relazioni in cui crescono e cercano attivamente modi per mantenere il rapporto con le persone da cui dipendono. Ma non esiste un percorso unico che conduca all'iperadattamento, né si tratta semplicemente di ricondurre un modo di essere adulto a ciò che è accaduto nell'infanzia.
Ciò che conta è che adattarsi è una competenza. Significa imparare a vivere insieme agli altri, riconoscerne i bisogni, tollerare limiti e frustrazioni, modificare qualcosa di sé senza sentirsi per questo annullati.
Il problema, quindi, non è adattarsi. Comincia quando adattarsi diventa il modo principale per proteggere la relazione.
Si può allora diventare molto bravi a capire ciò che serve agli altri e molto meno allenati a riconoscere ciò che accade dentro di sé. Si impara a funzionare bene sotto pressione, a risolvere, a non disturbare, a non dipendere troppo.
E proprio perché questa soluzione funziona, può essere difficile accorgersi del suo costo. A volte, anzi, non viene vissuta affatto come un peso: può essere una capacità autentica, qualcosa che sappiamo fare bene e che può perfino darci soddisfazione.
Il punto non è allora soltanto quanto ci costa fare, ma quanto siamo ancora liberi, quando ne avremmo bisogno, di non farlo.
Quando una risorsa diventa una necessità
Le modalità con cui affrontiamo la vita non diventano problematiche semplicemente perché le ripetiamo. Lo diventano quando non possiamo più scegliere di non usarle.
Essere autonomi è una risorsa se possiamo anche chiedere aiuto. Essere disponibili agli altri lo è se possiamo anche dire di no. Saperci adattare è una risorsa se possiamo anche accorgerci che qualcosa non ci va bene e comportarci di conseguenza.
L'iperadattamento comincia forse proprio qui: quando ciò che inizialmente era una buona soluzione diventa una sorta di obbligo interno.
Devo farcela.
Se faccio io, faccio prima.
È più semplice se me ne occupo io.
Gli altri hanno già abbastanza cose a cui pensare.
Sono pensieri molto comuni e, presi singolarmente, non hanno nulla di patologico. Spesso, anzi, sono semplicemente veri: a volte facciamo davvero prima a occuparci noi di qualcosa.
Il punto cambia quando questa diventa quasi sempre la soluzione.
Se faccio io non devo chiedere, non devo aspettare, non devo spiegare ciò di cui ho bisogno. Non devo neppure affrontare il rischio che l'altro faccia le cose diversamente da come vorrei o, più radicalmente, che non sia disponibile quando ne ho bisogno.
Quello che appare soltanto come efficienza può allora avere anche un'altra funzione: ridurre l'incertezza che inevitabilmente entra in gioco quando dipendiamo, anche solo in parte, da qualcun altro.
Fare da soli funziona. Protegge dalla delusione, consente di mantenere il controllo, evita di esporsi. Ed è proprio perché funziona così bene che può diventare difficile rinunciarvi.
Quando questo modo di funzionare diventa troppo rigido, qualcosa della propria esperienza rischia di rimanere fuori. Non perché non esista, ma perché fatica a trovare un posto nella relazione.
Perché chiedere aiuto può essere così difficile
Si potrebbe pensare che chi non chiede aiuto sia semplicemente orgoglioso. Talvolta è così. Altre volte, però, chiedere significa qualcosa di più profondo.
Significa interrompere, almeno per un momento, un'organizzazione costruita intorno all'idea di essere quello che funziona. Significa riconoscere di avere bisogno di qualcuno.
E avere bisogno introduce inevitabilmente una quota di dipendenza, di attesa e di incertezza. L'altro potrebbe esserci, ma potrebbe anche non esserci. Potrebbe capire, oppure no. Potrebbe rispondere proprio come speriamo, oppure in un modo diverso.
Per scoprirlo bisogna però poter correre questo rischio.
E qualche volta l'altro c'è davvero. Può essere disponibile a fare qualcosa per noi, e allora può emergere qualcosa di ancora più sottile: non soltanto la difficoltà di chiedere aiuto, ma quella di lasciarsi aiutare, di tollerare che l'altro faccia a modo suo, con i suoi tempi.
Per chi ha imparato molto bene a preservare le relazioni attraverso l'autosufficienza, chiedere aiuto può quindi essere molto più difficile che risolvere un problema da solo. Non necessariamente perché manchi il desiderio di essere aiutato. A volte è proprio quel desiderio a essere difficile da riconoscere e da affidare a un altro.
Si può desiderare profondamente che qualcuno si prenda cura di noi e, nello stesso tempo, aver imparato così bene a non mostrare il proprio bisogno da rendere difficile agli altri riconoscerlo.
Il paradosso dell'iperadattamento
Siamo abituati a pensare alla sofferenza psicologica come a una difficoltà di adattamento: una persona non riesce a stare bene nella realtà, nelle relazioni, nel lavoro.
Ma esiste anche una sofferenza che può nascere dall'opposto.
Ci si può essere adattati troppo bene.
Si può aver imparato così bene a mantenere gli equilibri, comprendere gli altri e contenere se stessi da rendere difficile qualsiasi movimento che introduca un po' di disordine.
E questo può accadere senza che ciò che sappiamo fare venga vissuto come una rinuncia. Può essere diventato parte di noi, una capacità nella quale ci riconosciamo e che gli altri riconoscono in noi. Proprio per questo può essere difficile accorgersi di quanto spazio rimanga per fare anche diversamente.
Eppure crescere non significa soltanto imparare ad adattarsi. Significa anche poter progressivamente differenziarsi.
Significa scoprire che possiamo avere desideri diversi da quelli degli altri, che possiamo deludere qualcuno senza necessariamente perderlo, che possiamo avere bisogno senza per questo diventare incapaci. E che una relazione sufficientemente solida può sopportare anche il conflitto, la distanza e la differenza.
L'adattamento, quando rimane flessibile, permette anche questi movimenti. L'iperadattamento tende invece a conservare il legame rendendoli più difficili.
La differenza, allora, non sta semplicemente tra chi si adatta e chi non si adatta, ma tra potersi adattare e doverlo fare.
Quando qualcosa comincia a cambiare
Molte persone arrivano in terapia non perché improvvisamente non sappiano più funzionare, ma perché il modo in cui hanno sempre funzionato comincia a non bastare più.
Una relazione affettiva, una separazione, la nascita di un figlio, un cambiamento professionale o semplicemente una nuova fase della vita possono rendere più difficile continuare a sostenere lo stesso equilibrio.
Ciò che prima sembrava efficienza può diventare stanchezza. L'autonomia può trasformarsi in solitudine. La disponibilità verso gli altri può cominciare ad accompagnarsi alla rabbia.
Ma non sempre il cambiamento comincia da una crisi evidente. A volte compare soltanto una piccola incrinatura, una domanda che prima non aveva trovato spazio:
Perché devo essere sempre io quello che ce la fa?
Questa domanda non rappresenta necessariamente il fallimento di un modo di funzionare. Può esserne, al contrario, un'evoluzione.
Qualcosa che per molto tempo ha trovato espressione soprattutto nel fare, nel controllo e nell'adattamento può cominciare, nell'incontro con un altro, a essere vissuto in un modo diverso. Può essere attraversato, sentito, a volte quasi sognato prima ancora di poter essere pienamente compreso.
Nella relazione terapeutica, ciò che fino a quel momento è stato soprattutto agito può trovare uno spazio in cui essere sentito, attraversato e, progressivamente, pensato.
Chiedere aiuto, allora, non significa soltanto ricevere una soluzione. Significa anche poter dire «questa volta ho bisogno di te», lasciare che l'altro faccia qualcosa per noi, accettare che possa farlo a modo suo.
Significa, forse, scoprire che affidarsi, almeno un po', non vuol dire perdere la propria autonomia. Che si può avere bisogno di qualcuno senza, per questo, smettere di essere se stessi.

